Tecnica Alexander – Da più vicino

 

I meccanismi del benessere

Come qualsiasi altra cosa, il nostro corpo è soggetto alla forza di gravità e a tutti i principi fisici e meccanici che governano il sostegno, l'equilibrio e il movimento di un oggetto. “Oggetti” viventi come gli animali e gli esseri umani non sono però passivamente soggetti a questa forza. Durante milioni di anni essi hanno sviluppato modi di controbilanciarla, utilizzarla e sfruttarla per i propri fini: per stare in piedi senza sforzo, per coordinare tutte le parti, per bilanciarsi e muoversi facilmente. Il risultato è un funzionamento ottimale: un equilibrio dinamico, un'interazione costante tra il corpo e il pianeta. Notate che il corpo non esiste isolato, c'è un gioco necessario tra noi stessi e il mondo esterno. Tutti i nostri meccanismi e funzioni sensoriali basilari hanno lo scopo non soltanto di garantire che noi ci muoviamo bene e non cadiamo, ma di ottimizzare il nostro stare nel mondo, in primo luogo per la sopravvivenza, ma anche per il puro piacere di essere vivi (pensate alla capacità di esultare che ha il vostro cane!). Perciò, quando parliamo di restituire al corpo il suo funzionamento naturale stiamo in effetti parlando della globalità di noi stessi, del nostro “modo di essere nel mondo”.

In generale, i bambini molto piccoli ci dimostrano questo funzionamento naturale e i suoi evidenti vantaggi. Vediamo la loro interazione con il mondo circostante e la loro vivacità somatica, la loro grazia (coordinazione) ed energia spontanea – in una parola, il loro benessere. In questo stato il nostro organismo è integrato, vive nel qui e ora, e funziona come un tutto unico.

Il problema

Se per qualunque motivo perdiamo questo stato, il senso della nostra totalità e l'interazione costante con l'ambiente vengono meno. Senza questa semplice armonia l'organismo è costretto a fare qualcosa per compensare. Questo succede a quasi tutti noi, per molte ragioni che in questa sede non vale la pena enumerare. Sta di fatto che tutti noi possiamo vedere come i bambini di oggi perdano molto presto la loro coordinazione naturale e quanto disastrosa sia la loro postura quando arrivano all'adolescenza. I nostri meccanismi innati vengono dunque persi e cominciano a svilupparsi altri modi di sostenere il peso, di bilanciarsi e muoversi. È molto improbabile che questi adattamenti vengano notati dalla persona interessata, visto che si sono formati inconsciamente per poi diventare abitudini, parti integranti di noi al punto da sembrare naturali, normali, giusti.

La verità è che ormai la forza di gravità è riuscita ad avere la meglio su di noi. La vita diventa più difficile, ci tira letteralmente giù. Ci afflosciamo o ci irrigidiamo, ci stanchiamo molto più in fretta di una volta. I nostri sforzi per porre rimedio al problema, essendo innaturali, non ci aiutano affatto. Se questo stato si consolida negli anni (ricordate che tutto questo succede quasi interamente a livello inconscio) il nostro “modo di essere nel mondo” potrà diventare piuttosto distorto e sintomi di varia natura potranno comparire come fulmini a ciel sereno: problemi posturali, mal di testa, dolori al collo o alla schiena, tensione alle spalle, sciatica, difficoltà respiratorie o vocali ed altri disturbi ancora. Probabilmente penseremo che il corpo ci abbia piantati in asso, e quindi non gli diamo più fiducia. Non ci rendiamo conto di aver gradualmente creato questa situazione noi stessi.

La soluzione

Ricordate che stiamo parlando delle funzioni basilari dell'attività del corpo: come si coordina per sostenersi, bilanciarsi e muovere le sue parti. Questi sono i meccanismi del benessere. La Tecnica Alexander si indirizza a questo livello profondo e a questi meccanismi primari che sono alla base di tutta l'attività corporea e determinano la qualità di tutto quello che facciamo. A questo livello il corpo è un tutto unico ed ogni elemento trova il suo posto in uno schema dinamico globale. Se riusciamo a lasciare che questi meccanismi tornino a funzionare in modo giusto, qualsiasi nostra azione, per quanto complicata, sarà più facile e meglio eseguita. Se invece questa coordinazione fondamentale non sta operando a nostro favore, l'azione non sarà così facile né così efficace.

Alexander scoprì come ritornare a questo funzionamento naturale dopo un lungo periodo di auto-osservazione mentre cercava di risolvere i suoi problemi vocali (vedi Storia della Tecnica Alexander). Nel corso dei suoi esperimenti capì che se fosse riuscito ad evitare di usare il suo corpo in determinate maniere, che fino a quel momento gli erano sembrate perfettamente normali al punto di non accorgersi della loro esistenza e se avesse potuto lasciare che il corpo seguisse un altro schema globale di organizzazione, la sua voce sarebbe migliorata come pure la sua salute in generale. Egli scoprì che il corpo si coordina meglio se gli permettiamo di allungarsi ed espandersi verso l'alto nel senso opposto alla forza di gravità (di questo parlerò più avanti nella sezione sul Controllo Primario). Egli capì inoltre che le sue difficoltà erano da attribuire alla sua interferenza inconscia con questa coordinazione naturale e che per migliorare il suo funzionamento bastava togliere gli ostacoli: le sue tensioni disadatte, le abitudini posturali e così via. Avrebbe detto più tardi: “Smettete di fare le cose sbagliate e le cose giuste si faranno da sole”.

Per questo motivo, nella pratica della Tecnica Alexander non si tratta di aggiungere, ma di sottrarre, di disfare, di disimparare. Non c'è niente da “fare” nel significato comune della parola. Dobbiamo solamente togliere gli impedimenti. Non ci sono esercizi o movimenti speciali da eseguire, non c'è nessun sistema di controllo diretto del corpo. La Tecnica ridà le redini al corpo stesso e gli restituisce i suoi controllo intrinseci. In questo modo possiamo goderci quello stato nel quale abbiamo cominciato la vita e il benessere che appartiene all'uso naturale di noi stessi.

Riconsiderare mente e corpo

L'uso influisce sul funzionamento

Alexander si rese conto che il modo in cui il nostro corpo agisce riflette la maniera in cui lo usiamo, e che la maniera in cui lo usiamo riflette le nostre idee su noi stessi e sul mondo, sia come società che come individui.

Il modo in cui usiamo qualcosa influirà sul modo in cui funzionerà. Se cerco di usare uno scalpello come cacciavite mi caccerò nei guai. Lo scalpello non farà un buon lavoro e allo stesso tempo verrà probabilmente danneggiato. E se, a nostra insaputa, stessimo cercando di usare noi stessi in maniera scorretta? Non avrebbe forse questo lo stesso esito e cioè un corpo che non ci dà i risultati desiderati e allo stesso tempo viene danneggiato? Non avrebbe, tutto questo, una buona probabilità di spiegare come mai il corpo tenda spesso a smettere di funzionare senza intoppi dopo qualche anno di uso?

Alexander adottò il termine “uso” come parte fondamentale del suo pensiero. “Uso” in questo contesto è stato definito come “l'intera configurazione che caratterizza la risposta di una persona agli stimoli”. Potete capire, quindi, che “uso” comprende in sé tutto il nostro “modo di essere”. L'esperienza pratica di Alexander lo allontanò dal pensiero della sua epoca che divideva l'organismo in compartimenti distinti e separati (mente, corpo e così via) e lo convinse dell'opposto e cioè di come sia effettivamente impossibile separare questi elementi in qualsiasi forma di attività umana.

Mente e Corpo

Il concetto di “uso” è importante perché collega il fisico al mentale. Se riuscissimo a capire che il corpo non è un oggetto che ci portiamo in giro, un qualcosa che si comporta in modo misterioso e indipendente da “noi”, e se potessimo comprendere che in ogni momento stiamo attivamente usando il corpo in conformità con le nostre idee inconsce su come dovremmo comportarci (o “essere nel mondo”) vedremmo immediatamente il nesso diretto mente-corpo.

Alexander disse: “Traduciamo tutto, fisico, mentale o spirituale che sia, in tensione muscolare”. In altre parole, non c'è niente che facciamo che sia soltanto fisico o soltanto mentale. Le due sfaccettature sono la trama e l'ordito di un unico tessuto. Se ci pensate, il modo in cui usate una cosa dipenderà, tra l'altro, dalla relazione che avete con la cosa stessa, da quanto consapevoli siete, dalla fretta o meno che avete, dalle vostre intenzioni, motivazioni, stato d'animo ecc… tutti aspetti “mentali” che compenetrano il fisico.

Valutazione sensoriale inaffidabile

Questa frase coniata da Alexander descrive l'idea distorta che possiamo avere di noi stessi senza saperlo. Mettiamo che i nostri schemi corporei primari siano stati disturbati. Di conseguenza, come abbiamo visto, adopereremo meccanismi innaturali ed avremo acquisito abitudini controproducenti, diventate ormai parti integranti di noi e che ci sembreranno del tutto normali.

Quindi, ciò che in realtà è sbagliato ci sembrerà corretto. Ad esempio, potremmo tenere la testa sempre inclinata da un lato o il bacino spinto in avanti, una spalla permanentemente più bassa dell'altra, le costole irrigidite, la colonna vertebrale storta, le gambe tese, le dita dei piedi contratte, il collo inclinato in avanti, o magari avere una respirazione poco profonda, una voce poco udibile o rauca e via dicendo. Ma le nostre sensazioni non ci avvertiranno di tutto questo. La nostra valutazione della situazione sarà dunque diventata inaffidabile.

In questa situazione faremo fatica ad accettare le cose che sono veramente giuste per noi perché ci sembreranno sbagliate. Quindi, nonostante tutti i nostri sforzi per migliorare il nostro funzionamento corporeo, continueremo ad agire inconsciamente secondo quello che ci sembrerà normale ed il nostro modo innaturale di fare le cose sarà incorporato in tutti i nostri programmi di esercizi esattamente come lo è nelle nostre attività quotidiane. Lo strato più profondo non sarà stato toccato ed i nostri modi di fare sbagliati rimarranno, qualunque cosa aggiungeremo “al di sopra” di essi.

Questo è l'ostacolo fondamentale nel processo di cambiare abitudini. Qualsiasi persona che abbia cercato di farlo sa quanto sia difficile. Alexander guardò in faccia la problematica delle abitudini e della valutazione sensoriale inaffidabile ed arrivò ad una soluzione che rappresenta il cuore degli insegnamenti della sua Tecnica.

Come cambiare abitudini

Consapevolezza

Lo strumento più importante di questa Tecnica è la nostra stessa coscienza. La consapevolezza è quella qualità che possediamo quando abbiamo preso l'abitudine di prestare attenzione fino al punto in cui essa sia ormai incorporata nel nostro modo di essere. Lo scopo della Tecnica è di coltivare questa consapevolezza di modo che diventi il punto di riferimento di tutte le nostre azioni ed il nostro “modo di essere nel mondo”.

Se vogliamo eliminare le abitudini che ostacolano il nostro funzionamento dobbiamo diventarne coscienti. Per prima cosa, quindi, la Tecnica sviluppa e rieduca la nostra consapevolezza, la nostra capacità di stare nel qui e ora. La rieducazione ci mette in grado di osservare cose che non avevamo mai notato sul nostro modo di usare il corpo e cambia la nostra relazione con esso. Il corpo smette di essere un “oggetto” che cerchiamo di gestire in vari modi e diventa invece pari alla mente, il reparto esecutivo, se vogliamo, di una totalità, sempre presente nella nostra coscienza. Impariamo a vivere corpo e mente insieme come un unico intreccio.

Questo comprende l'aprirci ai nostri sensi ed al mondo circostante. Il corpo non è soltanto “l'esecutore” è anche la fonte di tutta la nostra coscienza attraverso la percezione sensoriale. Come abbiamo già visto, la consapevolezza sensoriale è necessaria, poiché i meccanismi naturali del corpo si sono evoluti attraverso la loro interazione con il mondo esterno e funzionano meno bene se noi li ignoriamo. La ricchezza straordinaria della sfera dei sensi che rappresenta questa relazione vivente, è spesso ignorata nella fretta della vita di oggi. I sensi rappresentano il mondo del momento presente, di tutto quello che è percepito senza il filtro delle parole. La vivacità sensoriale fa parte della nostra eredità ed è un peccato perderla, soprattutto perché funzioniamo meglio quando riusciamo ad essere qualcosa di più di un mucchio di pensieri vaganti.

La prima premessa per qualsiasi cambiamento è la consapevolezza di averne bisogno. Molto probabilmente, quasi tutte le persone che iniziano a prendere lezioni di Alexander possiedono questo livello di coscienza, ma non hanno ancora capito ciò che bisogna fare. Anche se stanno soffrendo non sentono che c'è qualcosa che non va nel loro “modo di essere nel mondo” (o “uso di se stessi” come direbbe Alexander), ne sentono soltanto le conseguenze : i loro sintomi. La loro valutazione sensoriale non è soltanto inaffidabile, ma praticamente inesistente.

Per questa ragione, dobbiamo scoprire come facciamo realmente quello che facciamo. Ci verrà chiesto di notare il “modo in cui ci stiamo usando” in situazioni normali e semplici come lo stare in piedi o seduti, alzarci, sederci o camminare. Questa osservazione includerà sempre non solo il corpo in isolamento ma al contempo la nostra relazione sensoriale con lo spazio e con gli stimoli intorno a noi ed il modo in cui stiamo pensando – il contenuto della nostra coscienza. Timothy Gallwey, autore del classico libro:The Inner Game of Tennis (vedi Collegamenti e Bibliografia) sulla relazione mente-corpo per una buona resa nello sport, dice: "Non m'importa che problema abbia un allievo quando arriva per la sua prima lezione con me, la mia esperienza mi insegna che il primo passo e il più benefico sarà di incoraggiarlo a vedere e sentire quello che sta facendo – cioè, ad aumentare la sua consapevolezza di ciò che realmente è”.

L'ulteriore stadio di questa rieducazione della consapevolezza riguarda altri due elementi fondamentali dell'approccio Alexander che verranno descritti nelle sezioni seguenti.

Inibizione

Gli psicologi hanno descritto il processo basilare della vita come un infinito susseguirsi di stimoli (impressioni sensoriali sia dall'interno che dall'esterno) ai quali poi rispondiamo. La ricerca accademica è andata oltre la forma semplice della teoria Stimolo-Risposta e si diverte ora con la teoria dei Sistemi ed altre complicazioni, ma è semplicemente un fatto osservabile ed innegabile che riceviamo ininterrottamente stimoli di ogni genere ai quali rispondiamo. Per lo più reagiamo in modo abitudinario ed inconscio. Nel corso della nostra vita, ad esempio, ci siamo seduti un'infinità di volte, perciò quando vogliamo sederci (quando riceviamo lo stimolo a sederci) lo facciamo senza pensarci. Ma come succede? Ovviamente un modo-di-sedersi memorizzato viene attivato e gestisce il movimento. Noi non abbiamo la minima idea di come venga eseguito. Questo vale anche per attività molto più complesse del semplice sedersi, comprese le abitudini mentali.

Supponiamo di volere cambiare una reazione abituale automatica, gestita a livello inconscio, che rappresenta un “uso di noi stessi” controproducente. Che cosa possiamo fare? La soluzione di Alexander è di aprire uno spazio – un momento neutrale – tra lo stimolo e la sua risposta, di rifiutarsi di rispondere subito allo stimolo. Egli chiamò questo processo inibizione (niente a che fare con l'accezione psicologica della parola).

Se ci pensate bene, l'unico punto in cui possiamo cambiare una qualunque cosa nella nostra vita è proprio in quello spazio. Altrimenti finiremo per fare o pensare ciò che abbiamo sempre fatto e pensato. Questo è il luogo dove possiamo scegliere, dove c'è la possibilità di libertà. L'inibizione ci riporta al “qui e ora”. Per tornare all'esempio del sedersi, se vogliamo rieducarci e sederci in modo più coordinato, ci fermeremo al punto in cui ci viene in mente di sederci e per il momento non ci permetteremo di andare oltre – inibiremo. (Notate che così facendo non cancelliamo la volontà o il desiderio di fare una determinata cosa, ma solamente il modo in cui di solito la facciamo). In questo modo diventeremo presenti nel momento e potremo prendere atto della nostra realtà. Creeremo uno stato di apertura in cui la direzione da prendere non sarà inevitabilmente quella che abbiamo sempre scelto finora. Potremo allora prendere in considerazione modi di fare alternativi. Sarà certamente possibile a questo punto che l'andare contro le nostre abitudini non ci sembri subito naturale o giusto, vista la nostra valutazione sensoriale inaffidabile. Per questo motivo dovremo inibire anche le nostre reazioni a questi nuovi modi di fare, non dando ascolto a ciò che le nostre sensazioni ci diranno: che non funzionerà, che non è normale, che non è comodo e così via. In altre parole, l'inibizione riguarda non solo quel primo momento di neutralità, ma deve essere continuata rispetto al nuovo modo di agire e mantenuta coscientemente durante l'azione.

Ciò richiede tutta la nostra consapevolezza e prontezza sensoriale, ed è precisamente questa abilità che pratichiamo costantemente durante le lezioni di Alexander. Gradualmente la nuova reazione verrà accolta e sostituirà la vecchia abitudine. Le sensazioni che la accompagnano diventeranno la nostra nuova e affidabile guida. Visto che tutto questo sarà stato imparato in piena coscienza, il nuovo “uso di noi stessi” potrà essere sempre rivisto e perfino migliorato mano a mano che la nostra coordinazione si perfeziona.

L'inibizione, che impariamo inizialmente occupandoci delle nostre abitudini corporee, può estendersi ad includere le nostre reazioni alla vita in generale, dandoci la possibilità di evitare risposte stereotipate e guardare il mondo sempre con occhio nuovo.

Direzione

In pratica i tre elementi: consapevolezza, inibizione e direzione, si trovano intrecciati, e il più delle volte si svolgono in modo più simultaneo che sequenziale, ma per quanto riguarda questa presentazione possiamo considerare che la direzione segua la fase preparatoria d'inibizione.

Una volta trovato lo spazio neutrale dell'inibizione, possiamo dirigere coscientemente una nuova risposta ad uno stimolo e anche il modo in cui vogliamo rispondere. Notate che in realtà noi ci diamo sempre delle direzioni, ma ciò avviene a livello inconscio. Mettiamo ad esempio di essere in una situazione in cui siamo in piedi e stiamo svolgendo una conversazione animata. Come fa il nostro corpo a mantenersi in piedi? Non ce ne rendiamo conto eppure lo sta facendo perfettamente perché senza saperlo gli stiamo dicendo ad ogni momento: “Mantieniti in piedi con il peso sul piede sinistro, adesso spostati a destra, lascia che il bacino s'inclini a sinistra, ruota la colonna, abbassa la spalla sinistra”, le istruzioni non finiscono mai (e sono infinitamente più complesse di quanto un elenco verbale possa indicare). Non siamo mai totalmente immobili, ordini motori partono in continuazione dal cervello ai muscoli per mantenere l'equilibrio ed eseguire movimenti. Dirigersi, dunque, è un'attività necessaria innata e costante a livello inconscio. Alexander non inventò nulla, capì semplicemente che se vogliamo correggere una direzione inconscia scorretta dobbiamo renderla cosciente, ecco tutto.

Quali direzioni coscienti (direttive mentali) dovremmo dare al corpo? Quelle che corrispondono al “modo di fare” naturale del corpo stesso, una volta lasciato ad auto-organizzarsi. Non abbiamo bisogno di gestire l'organizzazione noi stessi con interventi diretti muscolari. In ogni caso, non saremmo in grado di farlo e anche se volessimo, produrremmo soltanto una grottesca parodia. Abbiamo bisogno, invece, di chiarire al massimo le nostre intenzioni di modo che al corpo venga dato finalmente una direzione giusta e un contrordine alle istruzioni inconsce che l'abitudine sta ripetendo da anni. In nessun momento daremo un ordine diretto ai muscoli stessi di fare qualcosa. Rispetto a questo la Tecnica Alexander differisce radicalmente da altri approcci.

Il nostro corpo è molto complesso. Molte delle istruzioni inconsce che gli diamo saranno sicuramente scorrette (“tendi le gambe per tenermi in piedi”, “aggrotta le ciglia e trattieni il fiato mentre mi concentro”, “tira indietro la testa ogni volta che mi siedo o apro bocca” ecc.) ed esse avranno bisogno di pazienti correzioni, secondo uno schema di priorità che diventerà più chiaro quando avrete letto l'ultima sezione, sul Controllo Primario.

Con la pratica, questo dirigerci coscientemente permetterà a modelli neuromuscolari più opportuni di ritornare a funzionare, e le sensazioni di questo funzionamento migliore (ad esempio leggerezza, libertà, prontezza e tonicità corporee) faranno parte della nostro nuovo benessere. Questa volta potremo fare affidamento su queste sensazioni perché riflettono un uso corretto del corpo e, con la consapevolezza acquisita, sentiremo immediatamente se qualcosa comincerà ad andare di nuovo fuori strada. Potremo scegliere, in qualsiasi momento, di usare il corpo in qualunque modo, anche in modo scorretto, per gioco, per capriccio o semplicemente per godere delle infinite possibilità che il corpo ci offre, e perfino qualche volta per necessità (immaginate di dover interpretare il Gobbo di Notre Dame!). Non ci sarà nessun problema perché sapremo come tornare ad un buon “uso di noi stessi” quando vogliamo, visto che esso rappresenta ormai la nostra normalità.

A proposito, il buon “uso di noi stessi” non significa assolutamente una serie di posizioni corrette o predeterminati modi di fare le cose. Vuol dire semplicemente lasciare che i meccanismi naturali del corpo ci organizzino. Possiamo affidare i dettagli precisi della coordinazione al corpo stesso, mentre noi dobbiamo soltanto assicurarci di non essere d'impiccio.

Non-fare

Visto che possediamo i meccanismi innati che ci garantiscono il buon funzionamento corporeo, non ha senso cercare di “operarli” noi stessi, intervenendo direttamente sui muscoli, dobbiamo soltanto lasciare che operino in pace. Perciò, uno dei principi che impariamo in questa Tecnica è quello di non “fare” un'azione ma di lasciare che si faccia. L'energia e l'azione stessa scaturiranno naturalmente e direttamente dalle nostre intenzioni. In effetti, succede proprio così se non interferiamo deliberatamente con la vita del corpo. Ad esempio, quando sto camminando non “faccio” il mio camminare, è un'azione che semplicemente succede. Come “succederebbe” il mio correre se per caso dovessi, per così dire, cambiare marcia per non perdere l'autobus. L'energia cinetica, immagazzinata nei muscoli, verrebbe liberata e il corpo eseguirebbe fedelmente le mie intenzioni.

Molte persone ignorano che, per quanto riguarda il corpo, non c'è bisogno di “trovare” l'energia da qualche parte ma che essa sta aspettando solo di essere sprigionata (se non siamo malati o soggetti ad altre disfunzionalità). Pensate a quelle situazioni di emergenza in cui il corpo “esplode” in azione, molto più rapidamente di quanto possa reagire la mente. O, mettiamo il caso che siate depressi e “senza energia” e qualcuno vi regali un assegno per un milione di Euro. Avrete ancora l'energia a zero?

È importante capire che il “non-fare” non significa “non fare niente”, al contrario. Significa invece che dobbiamo essere consapevoli, avere mente e corpo connessi, mettere a fuoco le nostre intenzioni ed avere fiducia nella capacità del corpo di fare ciò per cui è stato programmato. Il non-fare dà alle nostre azioni quel fluire naturale che può esistere soltanto se smettiamo di cercare di imporci un controllo muscolare diretto e se permettiamo al corpo di computare da solo tutte le infinite cose che costituiscono anche il pur minimo gesto.

Il non-fare ha implicazioni di grande portata. Ci offre un modo alternativo di raggiungere i nostri fini, un modo che richiede un approccio mentale diverso. Il non-fare rappresenta un modo di essere in cui non agiremo direttamente ed unilateralmente su cose o persone, ma invece ci metteremo prima di tutto in relazione con esse per capire e sentire quale risposta sarà la più appropriata. Un esempio piuttosto banale potrebbe essere l'aprire un vaso di marmellata. Se cerco di svitare il coperchio attaccandolo direttamente con la forza, le possibilità saranno tre: potrei riuscire ad aprirlo ma non saprò mai se il mio sforzo è stato proporzionato all'azione e inoltre potrei farmi male o danneggiare il vaso; potrei invece scoprire, con mia sorpresa, che il vaso non era difficile da aprire e che lo sforzo che avevo irragionevolmente applicato era inutile; oppure potrei non riuscirci nonostante la forza applicata. Se invece prendo in mano il vaso con dolcezza e comincio l'azione partendo da uno sforzo minimo, sempre usando le mie mani nel modo più soffice possibile, il vaso stesso mi dirà quanto è incastrato o meno ed io troverò gradualmente il livello di sforzo veramente necessario per aprirlo. Ci sarà dunque una relazione reciproca. Se proverete a farlo, sarete molto sorpresi nel constatare che un vaso che magari sembrava impossibile da aprire con tutta la vostra forza cederà quasi subito con pochissimo sforzo da parte vostra, come se l'approccio aggressivo lo facesse tendere mentre quello “soft” gli permettesse di lasciarsi andare. Se pensate a questo punto che stia fantasticando, vuol dire che non avete mai provato. È facile capire che questa esperienza possa rappresentare un modello per situazioni molto più importanti.

Il non-fare è ben conosciuto al di fuori della Tecnica Alexander: è quello stato del quale parlano gli sportivi, chiamato in inglese the zone, in cui abbiamo la migliore disponibilità delle nostre risorse personali e la capacità di agire da uno spazio lucido, tranquillo e focalizzato, in cui le cose fluiscono da sole senza interventi diretti da parte dell'esecutore (Timothy Gallwey, sopraccitato, ne parla esaurientemente). La Tecnica Alexander ci dà la possibilità di vivere questo stato nella quotidianità. Il non-fare fa anche parte di alcuni approcci spirituali. A questo riguardo, trovo il pensiero di Krishnamurti particolarmente consono all'approccio Alexander. C'è anche il "Wu Wei" cinese, principio al cuore del Qi Gong e del T'ai Che Chuan, che significa appunto il non-fare.

Coordinazione naturale – il Controllo Primario

Finalmente arriviamo all'elemento che mette insieme tutto il resto. Durante milioni di anni il nostro corpo ha sviluppato schemi di comportamento neuromuscolare atti ad ottimizzare il nostro “essere nel mondo”. Di questi schemi uno in particolare è di primaria importanza: il funzionamento ottimale dell'intero organismo dipende dal modo in cui il corpo organizza la relazione dinamica tra la testa e il collo, e testa e collo in relazione al resto del corpo. Questa relazione determina il comportamento di tutto il resto in tutte le sfere della nostra funzionalità. Ecco perché Alexander lo chiamò il Controllo Primario. Questo significa che se faccio qualcosa come ad esempio stare seduto su una sedia, lavarmi i denti, suonare il violino, lanciare il disco, lavorare al computer o semplicemente essere, questa relazione testa-collo-corpo è il fattore cruciale che determina la qualità di tutto quello che faccio: in modo rigido, teso, crollato, maldestro e difficile, oppure libero, flessibile, tonico, aggraziato e facile.

Alexander scoprì questo rapporto dinamico testa-collo-corpo mentre provava vari modi diversi di “usare se stesso” nel tentativo di migliorare le sue condizioni vocali. Si rese conto che se avesse potuto liberarsi dalle sue solite abitudini muscolari e fosse riuscito a permettere a questa relazione naturale di operare senza interferenze, questo gli avrebbe garantito un “uso di se stesso” globale che favoriva le migliori condizioni di funzionamento in qualsiasi situazione. Contrariamente, osservava che se non riusciva ad avvalersi di questo rapporto il suo funzionamento deteriorava. All'inizio pensò che il suo “uso di se stesso” inadeguato di cui aveva sempre sofferto riguardasse solamente lui ma, guardandosi intorno vide che quasi tutte le persone che osservava “si usavano” inadeguatamente in un modo o un altro. L'indicatore visibile testa-collo-corpo che egli aveva identificato gli mostrava questo fatto al di fuori di ogni dubbio. Alexander si rese conto di aver trovato una chiave che apriva le porte al benessere, non solo per se stesso ma per tutti.

Il vero significato di questa relazione testa-collo-corpo nel trasformare l'uso di noi stessi – il nostro modo di essere nel mondo – può essere compreso soltanto nella pratica. Le parole non possono in nessun modo sostituirsi all'esperienza diretta. Non cercherò, quindi, di descrivere le procedure specifiche dell'insegnamento che ricevereste in una lezione di Alexander. Si può descrivere, comunque, fino a un certo punto la relazione stessa.

Se utilizziamo la relazione testa-collo-corpo come si era sviluppata in natura, il corpo sarà allineato dinamicamente per controbilanciare perfettamente la forza di gravità (‘dinamicamente' significa qui non statico, sempre libero di adattarsi in ogni momento). La testa si trova collocata in cima alla colonna vertebrale di modo che, se l'articolazione tra questi due elementi è libera, non fissa, (buona relazione testa-collo) la testa effettivamente invita il corpo fisicamente, attraverso l'attivazione di certi riflessi, a seguirla, ad estendersi verso l'alto nel senso opposto alla forza di gravità (buona relazione testa/collo – corpo). Così, la molla naturale che possediamo viene liberata e, se svincolata, facilita un buon funzionamento ma, se compressa, ci rende la vita piuttosto difficile. Per funzionare bene abbiamo bisogno di essere in uno stato di allungamento e non di accorciamento. Questa coordinazione comporta una sequenza necessaria: il processo naturale di liberazione ed allungamento parte sempre dalla testa. In questo modo possiamo dire che la testa guida e il corpo segue. Ecco il fattore chiave dell'organizzazione corporea, senza il quale le risposte del corpo non sarebbero così armoniose ed efficienti.

In questo stato di libertà, i riflessi posturali possono operare ed organizzare un tono muscolare appropriato (sinergico) in tutto il corpo. Lo scheletro ottiene la sua verticalità ottimale, stirando così passivamente i muscoli posturali. Questo effetto li tonifica, di modo che la loro interazione complessiva tenga il corpo in equilibrio, leggero e pronto all'azione. In questo modo i muscoli non hanno bisogno di irrigidirsi per mantenere la stabilità e di conseguenza il corpo presenta la massima disponibilità al movimento. Durante il movimento poi, questa stessa relazione garantisce un equilibrio delle masse corporee di modo che, ancora una volta, i muscoli siano sufficientemente tonici e non eccessivamente irrigiditi. Se viene richiesto uno sforzo notevole da parte del corpo, questa prontezza equilibrata ci darà la massima possibilità di riuscita e la minima possibilità di danneggiarci. Allo stesso tempo, tutti gli strumenti sensoriali concentrati nella nostra testa si troveranno in una relazione appropriata con il resto del corpo, con la forza di gravità e con il mondo esterno – condizione necessaria perché essi possano funzionare bene e perché noi possiamo ricevere informazioni affidabili a livello cosciente.

La scienza ha da lungo tempo corroborato le scoperte di Alexander, ma soltanto lui inventò un metodo pratico per permettere alle persone di trarre beneficio da queste conoscenze, offrendo loro gli strumenti per crearsi una qualità di vita migliore.

Leggete La Tecnica Alexander, a colpo d'occhio, per un breve riassunto ed una descrizione del contenuto di una lezione Alexander.